Battistino sempre nel cuore
Il 17 maggio 1991 l'alpinista camuno Battistino Bonali considerato da molti uno dei più forti alpinisti italiani degli anni ottanta e novanta conquista con il ceco Leopold Sulovský la parete Nord dell'Everest senza portatori e senza uso di ossigeno. “Voglio arrivare in cima non solo per me stesso ma per tutti i giovani di Bienno, per chi non ha un senso nella vita, per chi non crede in nulla, per chi vuole amare, per chi vuole vivere con semplicità e purezza". Così scriveva sul suo diario, l’8 aprile 1991, Battistino Bonali dal campo base avanzato a 5500 metri di quota. A 35 anni da quei giorni, per gli amici del CAI di Cedegolo il suo ricordo è ancora vivo, ma soprattutto per l'umanità di Battistino. “Ci sono uomini che conquistano montagne. E uomini che, senza volerlo, entrano per sempre nel cuore delle persone”, ricorda Caterina Facchini, presidente della Sezione CAI Cedegolo a lui intitolata. “Battistino non è stato soltanto un grande alpinista, è stato un uomo vero, capace di lasciare dietro di sé valori, ricordi e un modo autentico di vivere la montagna". Con quell'impresa Battistino Bonali divenne il primo italiano e il più giovane alpinista al mondo (aveva allora 29 anni) a raggiungere la cima dell’Everest con quello stile essenziale e puro. Ma più ancora del primato sportivo, a renderlo indimenticabile fu il suo modo di vivere la montagna. Durante la spedizione himalayana, Bonali dimostrò infatti che l’umanità valeva più della vetta. Prima dell’attacco finale non esitò a sacrificare tempo ed energie preziose per soccorrere i compagni De Stefani e Marchi in difficoltà. Quando raggiunse gli 8848 metri dell’Everest, il cielo era coperto dalle nuvole. In un collegamento radio con il capo spedizione Oreste Forno, Battistino confessò la propria tristezza: non per la fatica o il rischio affrontato, ma perché quella nebbia gli impediva di vedere l’infinito che aveva sognato. Rimane storica la fotografia scattata sulla vetta: Battistino inginocchiato nella neve, piccolo sulla cima del mondo, con in mano un semplice drappo recante la scritta “Grazie Dio”. Nessun gesto trionfale, nessuna esultanza. Solo gratitudine. Per questo anche se Basttistino si è fermato sulla Nord dell'Huascaran dove perse la vita l'8 agosto 1993 insieme all'amico Giandomenico Ducoli, per il CAI Cedegolo resta presenza viva. Battistino e Giandomenico con quella spedizione volevano attirare l'attenzione sulle condizioni di vita dei poveri delle Ande aiutati dall'Operazione Mato Grosso. Per proseguire quei progetti è stato ricostruito il rifugio Torsoleto, ospedale militare durante il primo conflitto mondiale a 2500 metri di quota. Tra il 1994 e il 1998, circa 3 mila giovani (soprattutto ragazzi dell’Operazione Mato Grosso ma anche tanti amici di Battistino e Giandomenico), sono stati impegnati gratuitamente nei lavori e oggi , il rifugio Torsoleto persegue ancora gli obiettivi di Battistino e Giandomenico riassunti nel motto della spedizione. Salire in alto per aiutare chi sta in basso. Il rifugio è gestito a rotazione da gruppi di volontari che generalmente si fermano per una settimana e non arriva solo dalla Valle Camonica.
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