La Procura ricorre per il caso Piffari

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Ricorre in Cassazione la Procura Generale di Milano per ottenere l’annullamento della sentenza con cui, a novembre, i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Milano hanno cancellato l’ergastolo nei confronti di Alessia Pifferi, trasformandolo in una condanna a 24 anni di carcere l’omicidio della figlia Diana, nata a Leffe. La piccola di soli 18 mesi, ricordiamo è stata lasciata morire in solitudine, di fame e di stenti, nel luglio ’22, nella casa della donna a Milano. A leggere il ricorso, che porta la firma dell’avvocato Generale Lucilla Tontodonati quanto accaduto «fu un reato dalla straordinaria gravità ed eccezionalità, addirittura unicità», con protagonista «una madre capace di attuare una condotta che fa orrore». La Pifferi nel mese di luglio a Milano con temperature elevatissime, abbandonò per quasi sei giorni la piccola Diana da sola a casa, prigioniera in un lettino da cui non poteva uscire, senza cibo e liquidi sufficienti alla sopravvivenza, ma solo con una bottiglietta d’acqua e un biberon con del latte. Partita alla volta di Leffe decideva di trascorrere alcuni giorni con il proprio compagno, mostrando in tal modo una marcata propensione a delinquere, come si legge nel ricorso alla Suprema Corte. Secondo la procura generale, la donna, riconosciuta da due perizie capace di intendere e di volere, avrebbe tenuto «una condotta processuale connotata da persistente deresponsabilizzazione, assenza di resipiscenza e da incapacità di rielaborazione critica del fatto»ì e avrebbe mostrato «una personalità incline alla mistificazione e alla dipendenza e immaturità affettiva, nonché una assoluta mancanza di rispetto per la vita umana, avendo inflitto inaudite sofferenze alla persona che più avrebbe dovuto tutelare e che più si trovava in condizioni di vulnerabilità e totale dipendenza da lei». Contestata la decisione della Corte d’Appello di concederle le circostanze attenuanti generiche a fronte della «deficitaria personalità e delle fragilità di Alessia Pifferi», vittima, per dirla con i giudici di appello, «di un vero e proprio processo mediatico»

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