Caduto dal tetto: chiesto un processo per l'amico
ll 4 gennaio scorso l’egiziano 43enne Hassan Saber Qamer Ahmed Matried, durante alcuni lavori, precipitò dal tetto dell’abitazione di Verdellino del tunisino 53enne Nouri Hedhili, perdendo la vita. L’egiziano non chiamò i soccorsi né le forze dell’ordine, ma caricò il corpo sul suo furgone scaricandolo il giorno successivo i in una piazzola di sosta a Taleggio, dove venne ritrovato poche ore dopo. L’uomo venne arrestato per omicidio volontario, fino a che i carabinieri accertarono essersi trattato di un incidente sul lavoro e quindi la pm Maria Esposito aveva chiesto la scarcerazione. Ora il sostituto procuratore ha chiesto il rinvio a giudizio, ipotizzando reati quali: omicidio colposo, omissione di soccorso (quest’ultima non è però causa del decesso, che fu in pratica quasi immediato) e occultamento di cadavere, a cui si aggiungono le violazioni in materia di sicurezza, legate ad un procedimento separato. La versione dell’incidente durante lavori sul tetto, l’ultima resa dal tunisino, aveva trovato solidità grazie agli accertamenti svolti e ai risultati dell’autopsia sul corpo dell’egiziano. Il tunisino aveva sempre parlato di incidente, ma la dinamica che ha raccontato è stata più volte modificata. Solo dopo una serie di situazioni improbabili aveva ammesso che l’incidente era accaduto nella sua abitazione, mentre la vittima stava eseguendo dei lavori di manutenzione sul tetto, dichiarando di averlo caricato sul furgone per portarlo in ospedale ma, dopo essersi accorto che era morto, aveva abbandonato il corpo in un luogo isolato. Ma perché tutte queste menzogne? Forse il timore di essere scoperto da moglie e figlie.
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