Caso Genini, no al dissequestro
Non è bastata la richiesta della difesa per ottenere la restituzione del materiale sequestrato a Francesco Dolci. Il Tribunale del Riesame ha infatti confermato il provvedimento disposto nell’ambito dell’inchiesta sulla profanazione della tomba di Pamela Genini, lasciando agli investigatori telefoni cellulari, documenti, fotografie e altri oggetti ritenuti potenzialmente utili agli accertamenti. Tra questi anche la spada trovata nel cassetto di una vecchia credenza e successivamente inviata al Ris. “Mai vista prima”, sostiene Dolci. Per confermare il provvedimento, i giudici hanno infatti ritenuto esistente un quadro indiziario sufficiente a giustificare il proseguimento delle indagini. Le motivazioni saranno depositate nelle prossime settimane e chiariranno quali elementi sono stati considerati maggiormente rilevanti. Tra questi vi sarebbero alcuni filmati registrati nel cimitero di Strozza. Secondo la Procura, le immagini mostrerebbero comportamenti compatibili con la conoscenza di particolari presenti sul loculo che difficilmente sarebbero stati notati da una persona estranea ai fatti. I video riprenderebbero Dolci mentre osserva più volte due tasselli e alcune tracce di silicone sulla lastra provvisoria. Elementi che, secondo il personale delle onoranze funebri, non erano presenti al momento della chiusura della tomba. Gli investigatori ipotizzano dunque che possano essere stati lasciati da chi avrebbe aperto il loculo, interpretando come non casuale l’attenzione mostrata da Dolci verso quei dettagli. Di tutt’altro tenore la lettura della difesa. Le avvocate sostengono che il loro assistito frequentasse il cimitero esclusivamente per rendere omaggio alla giovane e che le anomalie osservate fossero state proprio da lui segnalate. Nel corso dei colloqui informali, con gli uomini dell’arma. Dolci spiegò di recarsi spesso al cimitero non solo per sostituire i ceri e raccogliersi in preghiera, ma anche per monitorare lo stato della lapide, a suo dire trascurata. Per spiegare la capacità di individuare dettagli così specifici, Dolci avrebbe riferito ai militari di possedere esperienza nel settore. Secondo quanto riportato nel verbale, avrebbe raccontato di aver lavorato da giovane alla realizzazione dei cimiteri di Polaveno e Palazzolo sull’Oglio, nel Bresciano, maturando competenze nella lavorazione del marmo, nella levigatura delle superfici e nella posa di lapidi e bindelle. Contattato per una replica, Dolci smentisce però di aver mai dichiarato il particolare relativo alle lapidi. Sempre secondo i carabinieri, avrebbe inoltre riferito di conservare nel garage materiali e cere utilizzati per questi interventi, aggiungendo di avere intenzione di realizzare un portafiori da collocare ai piedi della tomba di Pamela. Circostanza che potrebbe spiegare le successive perquisizioni nel deposito della sua abitazione, culminate nel sequestro di materiale edile. Allo stato attuale, la ricostruzione accusatoria continua a fondarsi soprattutto sui rapporti che l’indagato aveva con la vittima e la sua famiglia, oltre che sui comportamenti documentati dalle telecamere. Dolci continua a professarsi innocente e sostiene di essere vittima di un complotto nei suoi confronti. “Volevo aiutare e mi ritrovo io a essere indagato”, ripete ormai da settimane. Intanto, giovedì 4 giugno inizierà il processo a carico di Gianluca Soncin, accusato di avere ucciso Pamela Genini con 76 coltellate il 14 ottobre scorso a Milano.
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